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“Vendetta” la scritta di un ragazzo, la confusione degli altri

25/03/2026 21:36

Fabrizio Montanari

Cultura e Società,

“Vendetta” la scritta di un ragazzo, la confusione degli altri

BERGAMO - Sono giunto nella città lombarda per un convegno sulla violenza di genere nei contesti sociali e lavorativi, un luogo in cui le parole prova

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BERGAMO - Sono giunto nella città lombarda per un convegno sulla violenza di genere nei contesti sociali e lavorativi, un luogo in cui le parole provano a precedere i fatti, 

a contenerli prima che si manifestino. Poi, nella prima mattinata, la realtà ha deciso di parlare prima di noi.

In un istituto comprensivo, uno studente di tredici anni ha accoltellato una docente durante l’orario scolastico. L’aggressione è avvenuta in un corridoio dell'edificio: il ragazzo avrebbe estratto un coltello colpendo ripetutamente l’insegnante. Immediato l’intervento del personale scolastico e dei soccorsi. 

Il giovane è stato poi fermato dalle forze dell’ordine. I dettagli della vicenda sono ancora al vaglio, ma il nucleo della tragedia, un gesto di violenza compiuto in un luogo destinato all’apprendimento, è già inequivocabile.

Al convegno ho avuto modo di parlare tra altri, anche con la professoressa Valeria Proietto, docente in una scuola del territorio, mentre la notizia iniziava a serpeggiare tra i presenti, incrinando la distanza tra la teoria e la realtà. Con voce misurata, e una luce di tristezza negli occhi, mi ha confidato:

“Prima dei voti, viene la persona. Ogni studente è un universo a sé, soprattutto tra i 14 e i 18 anni, quando tutto si amplifica e diviene più difficile da gestire. Noi docenti siamo come in un osservatorio: possiamo cogliere segnali, intercettare linguaggi sbagliati, intervenire quando qualcosa non va. Ma quello che è successo oggi mi mette una tristezza profonda. A tredici anni non si può pensare che non ci sia consapevolezza. 

La rabbia non può trasformarsi in una violenza così. Per questo l’intelligenza emotiva deve entrare davvero nel percorso scolastico: l’aggressività esiste, ma va trasformata, deve diventare costruttiva.”

Eppure, tra i dettagli emersi nelle prime ricostruzioni, resta impressa quell’immagine: la maglietta del ragazzo con la scritta “vendetta”. Non un gesto improvviso, ma una rabbia che aveva già trovato un nome, un simbolo, un indirizzo.

Ed è qui che interviene il pensiero di chi scrive. La scuola può osservare, intercettare, persino intuire, ma esiste uno spazio minimo, quasi impercettibile, tra ciò che si prova e ciò che si compie. È in quello spazio che si gioca tutto, ed è uno spazio che non può essere delegato solo alle Istituzioni.

La sensazione, sottile ma persistente, è che troppo spesso si intervenga quando il linguaggio emotivo è già collassato nel gesto. Si insegna a spiegare dopo, più che a riconoscere prima. E allora quella parola, “vendetta”, smette di essere un dettaglio e diviene un avvertimento: non solo su ciò che è accaduto, ma su ciò che non è stato intercettato in tempo.

Forse il punto non è chiedersi come sia potuto accadere, ma quanto siamo stati capaci, come adulti, come comunità, di offrire alternative a quella parola prima che diventasse azione.

Perché la violenza, prima di essere cronaca, è spesso un pensiero lasciato crescere senza guida. E quando finalmente si manifesta, non fa altro che rendere visibile un silenzio che dura da troppo tempo.