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Il Castello Aragonese, l'anima di pietra che custodisce Taranto

06/10/2026 22:17

Fabrizio Montanari

Cultura e Società,

Il Castello Aragonese, l'anima di pietra che custodisce Taranto

Una proficua chicchierata con l’Ammiraglio di Squadra Francesco Ricci. TARANTO - Ci sono luoghi che appartengono alla storia e altri che sembrano appa

Una proficua chicchierata con l’Ammiraglio di Squadra Francesco Ricci.

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(Foto di Fabrizio Montanari)

TARANTO - Ci sono luoghi che appartengono alla storia e altri che sembrano appartenere al tempo stesso. Il Castello Aragonese rientra senza dubbio in questa seconda categoria: non è soltanto una fortezza affacciata sul mare, ma una creatura di pietra che attraversa i secoli conservando intatta la memoria della città. Taranto gli vive attorno, come il mare attorno a uno scoglio antico; e lui, silenzioso e severo, continua a osservare uomini, guerre, approdi e mutamenti con la pazienza delle opere destinate a sopravvivere ai propri costruttori. A raccontarne la storia è l’Ammiraglio Francesco Ricci, uomo dal tratto sobrio e dall’eloquio limpido, nel quale la disciplina militare convive con una rara sensibilità umanistica. Dalle sue parole non emerge soltanto la competenza dello studioso, ma qualcosa di più profondo: una forma di devozione civile. La sua opera sul Castello, iniziata oltre vent’anni fa, non ha avuto il carattere di un semplice restauro architettonico; è stata piuttosto una paziente restituzione di identità. Quando Ricci prese in mano il destino della fortezza, il Castello portava addosso le ferite di secoli di utilizzi impropri. Prima prigione, poi caserma, era stato soffocato da muri divisori, intonaci, cemento, superfetazioni che ne avevano alterato l’armonia originaria. La grande intuizione fu comprendere che restaurare non significava soltanto riparare, ma liberare. Liberare gli spazi, le proporzioni, la luce. Restituire alla struttura quella razionalità rinascimentale che il tempo e gli uomini avevano lentamente nascosto. Con il sostegno della Marina Militare e della Sovrintendenza, un gruppo di militari e civili ha lavorato per anni quasi come una confraternita di artigiani antichi. Pietra dopo pietra, ambiente dopo ambiente, circa il 75% della fortezza è stato riportato alla sua configurazione originaria. Il risultato oggi appare evidente a chiunque attraversi quei corridoi: il Castello non dà l’impressione di essere stato restaurato, ma risvegliato. Ed è proprio entrando nelle sue geometrie che si comprende la straordinaria modernità del progetto. Alla fine del Quattrocento le vecchie fortezze medievali erano ormai divenute inutili contro la potenza crescente delle artiglierie. Le alte torri sottili, un tempo simbolo di dominio e sicurezza, si trasformavano in bersagli perfetti. Fu allora che gli architetti italiani elaborarono una nuova concezione della guerra e dello spazio difensivo: non più verticalità, ma profondità; non ostentazione, ma calcolo. A Taranto questa rivoluzione porta il nome di Francesco di Giorgio Martini, geniale artista senese, pittore, ingegnere e teorico militare. La tradizione attribuiva a lui alcune intuizioni decisive; i restauri lo hanno confermato. Fu proprio di Giorgio Martini a suggerire quelle forme sporgenti, quei triangoli, quelle linee spezzate che ancora oggi rendono il Castello Aragonese immediatamente riconoscibile. Nulla, in quella struttura, è casuale. Ogni angolo risponde a una funzione precisa. I torrioni sporgenti consentivano il tiro radente incrociato, mentre fossati e terrapieni nascondevano la fortezza alle artiglierie nemiche. Ma accade qualcosa di straordinario quando la matematica raggiunge il suo massimo grado di perfezione: il rigore diventa bellezza. Così il Castello, nato per la guerra, finisce per produrre armonia. Le sue proporzioni non intimidiscono; affascinano. Cinque secoli fa la fortezza appariva molto diversa da oggi. Era circondata dall’acqua, inserita dentro una sorta di enorme catino difensivo che collegava Mar Grande e Mar Piccolo. Fossati, controscarpe e spalti inclinati contribuivano a renderla quasi invisibile agli assedianti. La guerra, allora, era anche un’arte dell’inganno visivo. Ma il Castello Aragonese possiede un’altra particolarità che lo rende unico: sotto la sua struttura rinascimentale sopravvivono tutte le epoche precedenti della città. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce fortificazioni greche, romane, bizantine, normanne e svevo-angioine. Ogni dominazione, anziché cancellare la precedente, l’ha inglobata, modificata, riutilizzata. La fortezza è diventata così una sorta di organismo storico stratificato, dove tremila anni di civiltà convivono nello stesso spazio. Tra cunicoli, pavimenti e mura emergono migliaia di reperti: monete, strutture murarie, ambienti dimenticati, persino resti umani. Ogni scoperta sembra ricordare che la storia non scompare mai davvero; al massimo attende qualcuno disposto ad ascoltarla. E alcune storie, dentro queste mura, assumono il tono del romanzo. È il caso del generale Thomas Alexandre Dumas, padre del celebre scrittore Alexandre Dumas. Figlio di un nobile francese e di una schiava nera, gigante di forza e abilità militare, il generale fu tra i protagonisti della Francia rivoluzionaria. Dopo la campagna d’Egitto, una tempesta lo costrinse ad approdare a Taranto, dove venne arrestato dai sanfedisti e imprigionato nel Castello per sedici mesi. Rischiò la morte più volte. Oggi, grazie ai suoi scritti, è stato possibile individuare i luoghi della sua prigionia, restituendo corpo e voce a una vicenda che sembrava perduta tra le pieghe della grande storia europea. Eppure, forse, il vero successo dell’opera di Ricci non risiede soltanto nel recupero architettonico o archeologico. Il miracolo più evidente è aver restituito il Castello ai cittadini e ai visitatori. Le visite guidate gratuite, affidate al personale della Marina Militare, hanno trasformato la fortezza in uno dei luoghi culturali più vivi del Mezzogiorno. Oltre un milione di persone ne hanno attraversato sale e bastioni, accompagnate da guide che raccontano la storia non come una lezione imparata a memoria, ma come qualcosa di profondamente vissuto. Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente: vedere uomini di mare trasformarsi in custodi della memoria. In quelle visite c’è qualcosa che supera il semplice turismo culturale. C’è l’idea, antica e nobile, che servire il proprio Paese significhi anche proteggerne la bellezza. Così il Castello Aragonese continua ancora oggi la propria missione. Un tempo difendeva la città dalle flotte nemiche; ora la difende dall’oblio. Ogni mattina, alle 7:55, la sirena dell’alzabandiera rompe il silenzio del porto. Il suono attraversa l’aria salmastra di Taranto e rimbalza sulle mura antiche della fortezza. È un gesto semplice, quasi rituale, ma dentro quel richiamo sembra esserci tutta la continuità della storia: la Marina, il mare, la pietra, la memoria. E il Castello resta lì, immobile soltanto in apparenza, mentre continua da cinque secoli a custodire il volto più profondo della città.

APPROFONDIMENTI:

La Marina Militare, un fiore all'occhiello del nostro Paese - Due intense giornate trascorse, nel settembre 2024, presso la Base della Marina Militare di Taranto.

(https://lamentecritica.it/blog-detail/post/323895/la-marina-militare-un-fiore-allocchiello-del-nostro-paese)

Il Settore Operativo della Marina Militare - A colloquio con Raffaele Martino (comandante della nave ‘Morosini’) e la Componente Sommergibilisti. (https://lamentecritica.it/blog-detail/post/323896/il-settore-operativo-della-marina-militare)

I Settori Formativo, Addestrativo e Logistico della Marina Militare - Ripercorrendo gli argomenti trattati con il Contrammiraglio Francesco Milazzo (Comandante ‘Mariscuola Taranto’), il Contrammiraglio Luca Esposito (comandante ‘Maricentadd’), Pasquale De Candia, (direttore dell’Arsenale Militare Marittimo). (https://lamentecritica.it/blog-detail/post/323897/i-settori-formativo-addestrativo-e-logistico-della-marina-militare)