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Il morto giusto e il morto sbagliato: la deriva dopo il delitto del pizzaiolo di Reggio Emilia

30/06/2026 18:03

Fabrizio Montanari

Editoriali,

Il morto giusto e il morto sbagliato: la deriva dopo il delitto del pizzaiolo di Reggio Emilia

C'è qualcosa che inquieta più dell'omicidio del pizzaiolo di Reggio Emilia, ed è ciò che è accaduto subito dopo.Perché alla manifestazione del cordogl

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C'è qualcosa che inquieta più dell'omicidio del pizzaiolo di Reggio Emilia, ed è ciò che è accaduto subito dopo.

Perché alla manifestazione del cordoglio più umano e alla naturale richiesta di giustizia, è seguita la caccia al passaporto dell'assassino.

E quando è emerso che né l’assassino, né la vittima erano stranieri, la speculazione politica di ogni parte, che si era immediatamente accesa per alimentare tesi e pregiudizi, si è sgonfiata fino a ritirarsi in un silenzio imbarazzante.

Che si volesse sostenere la responsabilità di un’immigrazione senza controlli, o si tentasse di difendere la diversità culturale come arricchimento sociale, poco importa perché tutte le voci si sono azzerate.

Certo, il morto non è scomparso, ma non poteva più essere usato per dimostrare una tesi politica o sostenere i più diversi pregiudizi. È rimasto solo il semplice dolore di una famiglia, sufficiente appena a soddisfare la fame dei talk show o di qualche post sui social, ma non un dibattito pubblico e una ricerca di risposte risolutive.

Siamo arrivati al punto in cui perfino un cadavere deve essere "coerente" con la narrazione di qualcuno.

È questa la vera sconfitta.

Ogni volta che un delitto diventa una gara tra tifoserie, perdiamo tutti. Perde chi cerca giustizia. Perde chi cerca di capire. Perde persino il senso stesso della cronaca, che dovrebbe raccontare i fatti e non fornire munizioni a chi è già convinto di avere ragione.

La violenza non ha una nazionalità. Ha responsabilità individuali.

Un assassino non rappresenta un popolo. Così come un italiano che uccide non assolve gli stranieri e uno straniero che uccide non condanna milioni di persone innocenti.

È un principio talmente elementare da sembrare banale. Eppure ogni volta dobbiamo ricominciare da capo.

Perché il dibattito pubblico sembra aver perso il gusto della complessità e preferisce la comodità degli slogan. Ogni tragedia viene ridotta a un simbolo. Ogni vittima viene arruolata in una guerra ideologica che non ha scelto di combattere.

E allora ecco il paradosso più crudele: non esiste più soltanto un morto. Esiste il morto che "serve" e quello che "non serve".

Il primo viene esibito ovunque, trasformato in prova definitiva di una teoria. Il secondo viene dimenticato in fretta, perché racconta una realtà troppo complicata per entrare in uno slogan.

Ma una vita umana non dovrebbe mai essere utile o inutile.

Una vita è una vita.

La giustizia dovrebbe cercare i colpevoli, non le etichette. La politica dovrebbe cercare soluzioni, non occasioni. E noi dovremmo avere il pudore di fermarci davanti al dolore, invece di usarlo come un manganello contro chi la pensa diversamente.

Il delitto del pizzaiolo di Reggio Emilia merita giustizia.

Il resto è il rumore di un Paese che, troppo spesso, ha dimenticato che prima delle ideologie vengono le persone.