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Reggio Emilia e la paura della propria grandezza

30/05/2026 09:52

Fabrizio Montanari

Editoriali,

Reggio Emilia e la paura della propria grandezza

L’annullamento dei concerti di Travis Scott e Kanye West previsti alla RCF Arena il 17 e 18 luglio non è soltanto una notizia di cronaca. È un fatto c

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REGGIO EMILIA - L’annullamento dei concerti di Travis Scott e Kanye West previsti alla RCF Arena il 17 e 18 luglio non è soltanto una notizia di cronaca. È un fatto che, al di là delle motivazioni ufficiali e delle valutazioni di sicurezza che competono alle autorità preposte, finisce per assumere un valore più ampio: quello di una cartina di tornasole sulla capacità di un territorio di reggere la complessità che esso stesso ha scelto di attrarre.

È doveroso premettere, senza ambiguità, che la sicurezza pubblica non è materia opinabile. Quando Prefettura e Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica intervengono, lo fanno nell’ambito di competenze precise, delicate, non surrogabili. E la tutela dell’incolumità collettiva resta un principio che non ammette subordinazioni.

Ma proprio perché il tema è tanto serio, esso merita di essere sottratto alla sola dimensione emergenziale e riportato dentro una riflessione più ampia.

Perché ciò che colpisce, in questa vicenda, non è solo la decisione in sé. È ciò che essa inevitabilmente rivela.

Reggio Emilia ha investito negli ultimi anni sulla costruzione di una infrastruttura simbolica e materiale insieme: una grande arena (l’RCF) pensata per ospitare eventi di massa, concerti internazionali, flussi di pubblico rilevanti. Non si tratta soltanto di un impianto, ma di una dichiarazione di identità. Di una scelta di posizionamento nel panorama culturale e organizzativo nazionale.

E ogni scelta di questo tipo porta con sé una conseguenza inevitabile: la gestione della complessità non è un’eccezione, ma una condizione strutturale.

Grandi eventi significano grandi numeri. Ma anche logistica, sicurezza, ordine pubblico, gestione dei flussi, pressione mediatica, sensibilità sociali differenti, e talvolta conflitto.

Significano, soprattutto, prevedibilità del rischio.

Ed è su questo piano che la vicenda solleva interrogativi che non possono essere liquidati come polemiche.

Le date dei due concerti erano note da tempo. Il profilo degli artisti era noto. Le criticità potenziali, incluse quelle legate alle contestazioni annunciate nei confronti di Kanye West, erano parte del contesto pubblico da settimane, se non da mesi. La distanza temporale tra i due eventi era un dato oggettivo fin dall’inizio.

Se un insieme di elementi così strutturato viene oggi indicato come incompatibile con la tenuta del sistema organizzativo e di sicurezza, è legittimo chiedersi in quale momento sia maturata tale valutazione e su quali elementi si sia consolidata.

Non per mettere in discussione le decisioni assunte, ma per comprenderne la logica.

Perché la credibilità di un sistema non si misura soltanto nella capacità di intervenire quando il rischio si manifesta, ma anche nella capacità di prevederlo, governarlo, e possibilmente assorbirlo dentro una pianificazione coerente.

C’è poi un secondo piano, più sottile ma non meno rilevante.

Tra le motivazioni emerse nel dibattito pubblico, assume rilievo anche il tema delle contestazioni annunciate.

Qui il punto non è la legittimità delle posizioni espresse da associazioni, movimenti o organizzazioni civiche. Il dissenso, se espresso nei limiti della legalità, non è un’anomalia del sistema democratico: è una sua componente fisiologica.

Il punto è un altro: la capacità delle istituzioni di distinguere tra dissenso e minaccia, tra conflitto sociale e rischio per l’ordine pubblico.

Perché una democrazia non si misura dalla capacità di eliminare il dissenso, ma da quella di governarlo senza trasformarlo automaticamente in emergenza.

Ed è qui che la vicenda assume una dimensione più ampia della contingenza.

Una città che aspira a essere sede di grandi eventi non può immaginare la complessità come un’eccezione da evitare. Deve considerarla come un elemento ordinario del proprio profilo.

Non esistono grandi arene internazionali che funzionano soltanto in condizioni ideali.

Non esistono poli culturali di rilievo globale che non siano costantemente chiamati a gestire pressioni, sovrapposizioni, criticità e conflitti.

La differenza tra una realtà marginale e una realtà centrale non sta nell’assenza dei problemi, ma nella capacità di affrontarli senza arretrare.

Ed è qui che la vicenda reggiana diventa, inevitabilmente, un tema di immagine e di prospettiva.

Perché ogni territorio costruisce nel tempo un capitale invisibile fatto di affidabilità, reputazione e capacità organizzativa. È un capitale che non si misura nei bilanci immediati, ma nella fiducia degli operatori, degli artisti, degli organizzatori, e del pubblico.

E questo capitale si costruisce lentamente, ma può essere intaccato rapidamente.

La domanda che emerge, dunque, non riguarda soltanto due concerti annullati.

Riguarda il tipo di città che si intende costruire.

Una città che accetta la complessità come parte integrante del proprio ruolo, oppure una città che, di fronte alla complessità, preferisce ridimensionare la propria ambizione.

Una città che si misura con il proprio posizionamento internazionale, oppure una città che ne sperimenta i limiti ogni volta che quel posizionamento si traduce in realtà concreta.

Non si tratta di contrapporre visioni ideologiche. Si tratta di riconoscere una tensione strutturale che ogni territorio ambizioso è chiamato a gestire.

Le città crescono quando le loro infrastrutture, le loro istituzioni e le loro capacità organizzative crescono di pari passo con le ambizioni che dichiarano.

Quando questo equilibrio si spezza, anche solo temporaneamente, il rischio non è il fallimento del singolo evento.

Il rischio è una progressiva riduzione dell’orizzonte.

Per questo la vicenda non si esaurisce nella cronaca di un’estate annullata.

Si inserisce in una domanda più ampia, che ogni comunità dovrebbe avere il coraggio di porsi senza reticenze.

Quanto siamo disposti a essere grandi, davvero?

Perché a volte non sono i grandi eventi a mettere alla prova una città.

È la reazione della città ai grandi eventi a rivelarne la misura.

E se due concerti diventano un problema, allora la questione non riguarda la musica.

Riguarda il rapporto, sempre delicato, tra ambizione e paura.

E tra le due, è quasi sempre la seconda a decidere il passo successivo.