
(Immagine generata tramite intelligenza artificiale)
C’è qualcosa di involontariamente ironico nella storia politica italiana: il nostro inno nazionale comincia con “Fratelli d’Italia” e oggi “Fratelli d’Italia” è anche il nome di un partito.
L’inno, naturalmente, si chiama “Il Canto degli Italiani”, scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847. Quel “Fratelli d’Italia” apparteneva all’idea di un Paese che cercava la propria unità molto prima che la politica contemporanea potesse appropriarsene.
Ma le parole, in Italia, hanno spesso una seconda vita.
È successo anche con “Forza Italia”. Per decenni era semplicemente il grido degli italiani davanti alla Nazionale: una frase da stadio, patriottica e innocente. Poi Silvio Berlusconi la trasformò nel nome di un partito e, improvvisamente, persino il tifo dovette cambiare lessico. “Forza Azzurri” diventò più prudente, quasi che anche il calcio dovesse presentare un certificato di estraneità alla politica.
E poi “Italia Viva”: perché, verrebbe da chiedersi con una certa malizia, prima era morta?
Adesso siamo arrivati al paradosso successivo: “Fratelli d’Italia” contro “Bella ciao”.
Non è più soltanto una questione di musica. È diventata una questione di appartenenza.
Una canzone da una parte. Una canzone dall’altra. Un ritornello come una bandiera, una piazza come un confine.
E qui comincia il cortocircuito.
Perché a cantare sono i cittadini. Cittadini che protestano, che si indignano, che manifestano. Hanno tutto il diritto di farlo. La piazza non deve chiedere permesso per avere una voce.
Ma la voce, da sola, non è ancora una proposta.
E quando il coro si alza, qualcuno dovrebbe ricordarsi che la politica comincia esattamente nel momento in cui finisce il coro.
È facile stare dentro una folla e gridare. La folla protegge, moltiplica, assolve. Dieci voci diventano cento, cento diventano mille, e mille voci possono dare l'impressione che un'idea sia già diventata una soluzione.
Non lo è!
Una soluzione deve avere un contenuto. Deve avere un costo, un percorso, una responsabilità.
Ed è qui che entrano quei politici “inutili” che hanno imparato l'arte sottile di arrivare quando il lavoro sporco lo hanno già fatto gli altri: qualcuno ha acceso la protesta, qualcun altro ha raccolto la rabbia, loro arrivano con il microfono.
Non sempre hanno bisogno di convincere.
Gli basta cavalcare.
Ma il problema non è soltanto loro. È anche nostro, quando scambiamo l'intensità di un grido per la forza di un'idea.
Perché possiamo cantare “Bella ciao”. Possiamo cantare “Fratelli d’Italia”. Possiamo cantare qualunque cosa.
Ma una canzone non governa un Paese.
E nemmeno lo cambia.
Lo cambiano le idee quando diventano scelte, le scelte quando diventano responsabilità e la responsabilità quando qualcuno ha il coraggio di dire:
“Questa è la mia proposta. Questo è il mio nome. Questa è la mia faccia.”
Il resto è rumore.
E di rumore, in Italia, ne abbiamo già abbastanza.
Forse è arrivato il momento di abbassare il volume e alzare il livello.

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